Alice

Una cena nell’atelier produttivo Mandelli 1953
Senna Comasco · giugno 2026

Dieci anni dopo il primo evento, nato per aprire le porte dell’azienda e raccontarne la produzione, Mandelli 1953 sceglie di farlo ancora. Questa volta però con un desiderio diverso: accogliere.

È da qui che nasce Alice. Una storia fatta di porte, soglie, passaggi e naturalmente di maniglie: piccoli oggetti di architettura che teniamo tra le mani ogni giorno e che, con un gesto semplice, ci permettono di entrare, uscire, scoprire.

«Alcune maniglie aprono porte.
Altre aprono immaginazione.»

Concept e regia dell’esperienza

Ho creato il progetto partendo da una domanda: come trasformare una cena aziendale in un’esperienza capace di raccontare Mandelli senza celebrarla?

Ho scelto di tenere la maniglia, il prodotto Mandelli, al centro del racconto, senza trasformarla in un elogio.

Da qui Alice è diventata la metafora di quel momento tra prima e dopo, quando la curiosità apre uno spazio nuovo e cambia il modo di guardare ciò che già conosciamo. Ho cercato di capire che cosa la cliente volesse davvero da quella serata: non solo celebrare una ricorrenza, ma creare un momento conviviale in cui il mondo Mandelli potesse essere raccontato con un linguaggio più libero e insolito.

Fin dall’inizio sapevo che, per rendere visibile e vivere questa esperienza, avrei avuto bisogno anche della parola e della presenza scenica. Per questo ho scelto di coinvolgere una drammaturga e un’attrice. Nella storia, la titolare è stata svelata come Alice soltanto alla fine della serata, dopo che ciascun invitato, nel pieno rispetto della propria libertà, aveva potuto fare proprio il messaggio dell’esperienza.

Ho portato poi tutto questo dentro l’atelier, costruendo la serata attraverso spazio, scenografia, prodotto, luci, musica, tavola e dettagli.

Non cercavo una morale da portare a casa. Mi interessava piuttosto creare un’atmosfera, un momento di convivialità e di scambio, lasciando agli ospiti semplicemente la possibilità di lasciarsi coinvolgere.

Il giorno dopo l’atelier è tornato al lavoro, come sempre. Tavoli, luci e musica hanno lasciato spazio alla produzione. Ma per una sera quel luogo aveva accolto persone, storie e sguardi diversi. Lo spazio era tornato lo stesso, l’esperienza no.

“Presto, che è tardi”